L’ENIGMA DEI MOAI DI RAPA NUI NEL CUORE DEL PACIFICO

Un viaggio misterioso e remoto sull’Isola di Pasqua dove si perde il confine tra storia e leggenda.

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p> A oltre tremila chilometri ovest dalle coste del  Cile  sboccia, come la definì  Pablo Neruda  nel suo celebre canto, la «rosa separata» dal tronco di un rosaio spezzettato «che la profondità convertì in arcipelago».
Un’isola di soli ventiquattro chilometri plasmata dal vento e dal fuoco in differenti cicli di eruzioni sottomarine che diedero origine, oltre che ai suoi tre vulcani, anche a un peculiare sistema di gallerie sotterranee con viste mozzafiato sul mare.

Qui i viaggiatori di tutto il mondo approdano con lo stesso desiderio di avventura che guidò l’esploratore olandese  Jacob Roggeveen  a scoprirla nel 1722, esattamente il giorno di Pasqua.

I primi abitanti di origine polinesiana arrivarono a  Rapa Nui  dalle Isole Marchesi, sviluppando una civiltà in grado di dare vita a un vero e proprio unicum nel panorama archeologico mondiale: i  Moai, imponenti statue erette in onore dei leader scomparsi dei clan tribali avevano come funzione quella di costituire un ponte di contatto tra vivi e morti, mantenendo sulla terra i poteri soprannaturali del capo ormai estinto.

Un tesoro di oltre ottocento giganti tutti ricavati, tranne poche eccezioni, da un unico blocco di tufo vulcanico con un'altezza che poteva raggiungere i ventitré metri e un peso che per alcuni monoliti arrivava a superare anche le ottanta tonnellate.
Gli antenati divinizzati sorgevano su piattaforme cerimoniali, conosciute come ahu, con le spalle rivolte all’oceano e gli occhi di ossidiana nera e corallo bianco puntati verso l’interno dell’isola a protezione dei diversi villaggi che si andavano costruendo.
Dagli occhi dei moai fluiva il  mana: il potere spirituale, l'energia che motivava la vita degli uomini. Alcune di queste statue dalla forma di testa umana presentavano un cilindro di pietra lavica rossastra, chiamato pukao , acconciatura tipica ed un tempo molto diffusa tra la popolazione maschile di Rapa Nui.

Molteplici le leggende che, insieme alle ipotesi degli storici, si sono alternate negli anni per dare una spiegazione alle modalità di trasporto degli enormi blocchi di pietra in un’isola che oggi si mostra brulla e priva di vegetazione. L’ipotesi più accreditata è quella secondo cui i moai non sarebbero altro che i resti di una civiltà teocratica estinta e si suppone che il disboscamento dell’isola possa aver provocato una crisi ambientale con la conseguente drammatica involuzione sociale e culturale. Un mistero che si arricchisce di interrogativi ancora irrisolti anche relativamente al sistema di scrittura geroglifica elaborato dagli antichi isolani, il  rongorongo.

Rapa Nui, che in lingua nativa significa “la grande roccia”, oltre a giocare il ruolo di museo a cielo aperto più remoto del mondo costituisce anche una tranquilla meta per tutti gli amanti dell’ ecoturismo. I principali siti di interesse culturale possono essere raggiunti in fuoristrada, ma anche a piedi, in bicicletta o a cavallo per immergersi completamente non solo tra gli enigmi ma soprattutto nella natura quasi onirica dell’isola, capace di svelare scenari indimenticabili specialmente all’alba e al tramonto con i giochi di luci e ombre dei moai.

Assolutamente da cartolina la vista dalla sommità del vulcano  Rano Kau , il cui cratere ospita uno splendido lago a strapiombo sul Pacifico ricoperto da fluttuanti canne di totora. Questa vetta segna l'inizio del parco nazionale di Orongo ed è sede di uno splendido villaggio cerimoniale.

Nonostante l’assenza della barriera corallina, l’habitat sottomarino dell’Isola di Pasqua vanta numerose specie di pesci tropicali dai colori vivaci, tartarughe e grandi branchi di capodogli. Le sue acque cristalline garantiscono una visibilità eccezionale, specialmente se vengono ammirate durante una sessione di  immersione subacquea.

Voglia di relax? La distesa di sabbia bianca di  Anakena è sicuramente la spiaggia gioiello che fa per voi, custodita dal solitario moai di Ahu Ature Huki.

Tra gli appuntamenti imperdibili per chi vuole sentirsi parte della cultura isolana di Rapa Nui c’è il  Tapati Festival  che si svolge ogni anno tra fine gennaio e inizio febbraio. Musica, sport e danza vibrante, espressione delle tradizioni polinesiane, è un mix spettacolare e coloratissimo di prove di forza maschili ed esibizioni di grazia femminile.

Altra forma rituale delle cultura pacifica sull’isola è la  cucina  strettamente legata ai prodotti offerti dal mare e dalla terra come la “malanga” (un tubero che ricorda la patata dolce), il “camote” (patata americana), la Yucca, il mango, la papaya, l’ananas, il cocco, le aragoste, il pesce, le alghe e i ricci di mare. Gli ingredienti vengono cotti alla maniera tradizionale secondo la tecnica del  «curanto» , utilizzando una buca nel terreno e disponendo gli alimenti su strati di pietre calde separati da foglie di banano.

Servono altri motivi per un’imperdibile occasione di viaggio al capolinea del mondo?

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